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è stata presentata il 22 settembre 2007 a Bagnacavallo
l'ultima opera su Tomaso Garzoni:

Cherchi, Paolo - Pretolani, Walter
Saggio di una bibliografia garzoniana,
Russi (RA), Vaca edizioni, 2007, pp.150

€ 15,00 spese di spedizione incluse
si può richiedere direttamente a vaca@vaca.it

Prosegue fino al 9 dicembre 2007
presso il  
Museo Civico delle Cappuccine,Via V.Veneto 1/a
la mostra
Palagio degli incanti: dalle stanze della fama al salone dell'incanto
VACA e Umberto Giovannini per Tomaso Garzoni
apertura: dal martedì alla domenica ore 10-12 e 16-19

PALAGIO DE GL’INCANTI
UNIVERSO DI TOMASO GARZONI (1549-1589)

INCANTAMENTI
DI

UMBERTO GIOVANNINI

LA PARTITURA SONORA
È CON

VINCENZO VASI

Il Palagio degli incanti questo il titolo che Tomaso aveva dato all' opera che vedrà la luce solo nel 1613, ventiquattro anni dopo la sua morte, e per cura del fratello Bartolomeo, col nome mutato di Serraglio de gli stupori del mondo, poiché nel frattempo altri s'erano impadroniti del suo Palagio.
Nel Serraglio Garzoni parla di quella che si chiama «magia bianca», ossia tutta una serie di fenomeni paranaturali dei quali vuole offrire una spiegazione «razionale». Spiegare i sogni, i prestigi, distinguere i miracoli veri da quelli apparenti, spiegare certi fenomeni naturali come risultato di leggi naturali e non di forze demoniache, cercare in tutti i modi di «capire» quello che sembra contraddire i sensi.
Garzoni con il suo Serraglio cercava di mettere sotto l'occhiale della ragione molti fenomeni che la mentalità del tempo vedeva causati da occulti poteri maligni. (Paolo Cherchi)
Umberto Giovannini , che già aveva illustrato l'edizione del Serraglio edito da Vaca nel 2004 , allestisce qui una "monstruosa fascinazione".
L'opera garzoniana, viaggio della ragione nell'universo criptico del magismo e dei suoi accessori di credenze, riti, paure, sollecita l'immaginario dell'artista che attiva una messa in scena fatta di visioni pittoriche, suoni pervasivi, macchinismo per trascinare i visitatori lungo la scarpata di un flusso emotivo emergente da un tempo lontano ma ancora capace di ammaliare. Una mostra nata per trasformare la sala grande del Museo delle Cappuccine in un luogo stuporoso, come sciveva Garzoni, cioè un Palagio degli incanti .

dal testo del catalogo:

Mostra a tema questo Palagio de gl’incanti e per giunta tema negletto, ostico, da brivido. Chi ha frequentato Umberto, nei mesi in cui la pensava, sa di quanti studi, prove, ripensamenti è frutto. Nei 10 giorni – e relative notti –, in cui ha costruito da solo il macchinismo (il pozzo, come si chiama propriamente qui, al centro della sala, da dove partono i suoni) ha lavorato sul rame, sulle catenelle, sulla distribuzione del suono, invasato, come vuole la migliore tradizione rinascimentale, spinto dalla ricerca di quell’arcano che per lui è il senso del Palagio stesso. L’ambizione più grande era – e lo sperimentiamo oggi coi nostri sensi –, dare al pubblico la percettività del monstruoso nell’accezione più ampia. Ne viene fuori non più una mostra esposizione dell’artista ma una donazione: l’accesso ad un luogo incantato, un grande pozzo magico in cui immergersi e fluire: al suono su cui, letteralmente, si cammina e che il visitatore modula; al macchinismo al centro della sala propulsore stuporoso. Fa limine e confine la muraglia dei monoliti, tableaux parzialmente visibili, oli ispirati a quel Palagio-Serraglio a cui Garzoni aveva consegnato il furore delle sue battaglie per un mondo liberato dai demoni dell’ignoranza, della superstizione, del fanatismo. Parzialmente oscurati… Oli completi in ogni parte, ricchi di sfumature, di figure che sembrerebbero nati per una visione a tutto tondo, vengono dati in modo frammentario, a ricordarci che niente nel Palagio è ciò che sembra, né in questo né in quello di Tomaso che l’ispira. Nel testo letterario credenze sempiterne – certezze –, vengono atterrate, ridicolizzate, ricondotte a fantasticheria; qui un macchinismo primitivo foriero di certezze, l’astrolabio, si fa canto di sirena, dispersione del sapere stesso. Quale “arcaico accumulo di assurdità” sarebbe il Palagio garzoniano se, di volta in volta, non brillasse all’improvviso di scene capaci di stupire noi, utenti di Internet. Basta citarne una: la corte ferrarese rapita dai giochi del mago Abramo Colorni. Improvvisamente ci scopriamo a pendere dalle labbra di Garzoni: racconta dell’apparizione di diamanti e perle e ci restiamo male, quando non può rivelarci il segreto che il mago gli ha svelato: per quanto incredibile, il tutto è solo frutto d’abilità. E quale terribile e banale luce da schermo TV s’accende quando narra dei supplizi alle donne accusate di stregoneria, a cui lui s’oppone con la stessa nostra impotenza? Ma il Palagio è opera ricca anche di problematiche a noi assolutamente incomprensibili, tanto ci paiono superate, o di anatemi inaccettabili, eppure sono voci di un mondo che ci appartiene ancora “nello stupore dell’inaudito” e nella ripetitività di una domanda di senso degli accadimenti.
Voci – d’inaudito, di senso – su cui Giovannini lavora la materia, e noi guardiamo, ascoltiamo, camminiamo in queste voci riflesse, riflettendo noi stessi nella duplicità dell’ombra.
L’incanto c’è.

Walter Pretolani