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(Nuova
edizione) GARZONI TOMASO – Il serraglio degli Stupori
del mondo. Con le aggiunte del fratello Bartolomeo Garzoni. Introduzione
di Paolo Cherchi. Con 10 xilografie originali di Umberto Giovannini. Russi
(Ravenna), 2004, in 8; cartonato editoriale, figurato, con tit. sul piatto
anteriore e al dorso; pp.LII +pp.(60)+pp.788 + 10 tavv. f.testo. Tiratura
di 550 copie, in commercio solo 250.
L’unica
edizione del Serraglio di T. Garzoni (Bagnacavallo
1549-1589) fu curata dal fratello Bartolomeo e stampata a Venezia
da Ambrosio Dei, nel 1613. La nostra, la prima dopo 391 anni, si rifà
a quella rispettandone formato, corredo grafico, impaginazione, ortografia,
punteggiatura e glosse al margine, nonché tutti i paratesti, dagli
indici ai componimenti dedicatori. Con l’aggiunta, in antiporta,
del ritratto del Garzoni recentemente ritrovato, la prefazione di Paolo
Cherchi e le dieci tavole xilografiche di Umberto Giovannini.
La digitazione, in caratteri moderni, è servita per sciogliere
le numerosissime abbreviature onde poterla stampare in modo chiaro e renderla
così disponibile alla lettura di un vasto pubblico.
Costo euro 48 (quarantotto).
Una
testimonianza amorosa
di Walter Pretolani
La riedizione de Il serraglio degli Stupori del mondo di Tomaso
Garzoni da Bagnacavallo, è una testimonianza d’amore nell’accezione
più fiabesca del termine. L’opera, infatti, dormiva da quasi
quattro secoli, custodita da magi antiquari e direttori di biblioteche,
aliena ad ogni sguardo d’amante. Tutto favoriva il suo lungo sonno:
l’alto prezzo antiquariale, il modo com’era stampata (carta
povera con più pagine ossidate) e composizione di difficile lettura
con le u e le v uguali, le s e le f
quasi uguali e tanti e tali segni brachigrafici, da mettere a dura prova
quelli – pochissimi-, che non dovessero per qualche preciso motivo,
cimentarvisi. Per giunta aleggiava una fama di noia, d’opera minore
e, non ultima, la leggenda che il fratello di Tomaso, Bartolomeo, l’avesse
censurata e storpiata, pur di editarla, anche lui per amore, ventiquattro
anni dopo la morte dell’autore. Di quest’ultima diceria, fa
giustizia Paolo Cherchi nell’introduzione. Per il resto bisogna
invece raccontare
di come basti la lettura di poche pagine, per entrare in un mondo dove
sottilissimi ragionamenti scolastici vanno di pari passo con problematiche
oggi inaudite, in un percorso godibilmente “stuporoso”, proprio
come viene lapidariamente promesso nella titolazione di ciascuno dei dieci
Appartamenti in cui è divisa l’opera. Avvincono queste pagine
per come fan giungere a noi la concitazione, il fervore, la passione di
una tenzone che spesso ci pare assurda, improponibile, di puro gioco e
che ai tempi invece era cosa serissima e a volte anche pericolosissima.
Procedendo in ordine sparso: quant’è che non sentiamo parlare
degli Hircocervi e della possibilità che esistano? E qual è
il nostro punto di vista sui bovigeni viriprori? I tragelafi sono o non
sono gli hippolafi di cui parla Aristotile? E i centauri, ha torto o no
quel vecchio mattacchione raccontaballe di Plinio? Attenzione! ne hanno
scritto seriamente Empedocle, Aristotile, Cicerone, Sant’Agostino
e innumerevoli altri, sino al nostro, che ci sciorina l’opinione
dei precedenti, testo alla mano, in latino quasi sempre ma col pregio
che non esita a farne filtrare il succo in volgare, oppure interviene
il fratello a sintetizzarla nella glossa.
Forse si può essere più interessati a sapere se nel XVI
secolo “una donna possa diventare uomo o se un uomo possa diventare
donna” e stupirà non poco scoprire con quali ragionamenti
tutti danno per possibile il primo caso e impossibile il secondo. Tutti
proprio no, perché Tomaso, svolto a modo suo un dotto ragionamento
anatomico, sostenendosi con Avicenna, determina che ambedue i casi sono
ugualmente possibili. Tocca al fratello Bartolomeo correre ai ripari e
smentirlo. Smentita che dimostra ampiamente come questi non abbia affatto
censurato il testo originale, dato che gli sarebbe bastato poco per espungere
la pericolosa posizione fraterna. Per chi ama i giochi di prestigio Garzoni
racconta quelli bellissimi che faceva il suo amico, ebreo, Abramo Colorni
e di come questi, avuta promessa che non sarebbe stato tradito, gliene
sveli i segreti talchè lui possa dar testimonianza che non sono
opera del demonio. Sin qui siamo sul leggero ma ecco la questione delle
streghe. Questione terribile quant’altre mai in quei giorni; ebbene
Garzoni non esita a usare tutta la sua dottrina, citando santi, padri
della chiesa e legislatori, per dimostrare che la tortura delle donne
per ottenere confessioni di stregoneria “…non può non
esser abbominevole, si perché in niuna legge si fonda” (p.271).
Correva l’anno 1588.
Non si deve credere che le fonti in pro o contro nello svolgimento delle
varie tesi siano solo ecclesiastiche o comunque di tal fatta: ecco in
campo Budda, Maometto, Lutero, Pico della Mirandola, i Savonarola zio
e nipote: medico l’uno, sul rogo l’altro e un’infinità
d’autori antichi e sempre la citazione, con titolo dell’opera
da cui è tratta e l’indicazione di pagina; peccato che non
costumava all’epoca citare pure l’editore, altrimenti oltre
alla vastità della biblioteca garzoniana ne conosceremmo pure la
qualità. I due fratelli però non esitano a dichiarare la
mancanza del libro citato quando non ce l’hanno sottomano e non
possono dar l’indicazione bibliografica, ma lo fanno a modo loro,
perché par di certo cosa strampalata che un autore scriva, in un
testo ponderoso come Il Serraglio raccomandazioni familiari,
telefonico-epistolari del tipo: non ho trovato il testo per favore cercatelo
voi. Tomaso Garzoni riesce ad esser questo: un non pedante nell’oceano
della pedanteria scolastico-teologale.
Se l’enumerazione delle schiere angeliche, con relativo mansionario
(p.361) finisce con l’incuriosire e affascinare -visto che il tema
è tutt’altro che di poco conto nella tenzone di cui si diceva
sopra-, succede poi che esposta tutta la gran cabala dei difensori e degli
offensori della tesi in gioco Tomaso se ne esca bel bello col dire: “Ogni
studioso consideri che questo non dico io affermando, ma ad eccitatione,
che anco altri speculino se sia possibile dir meglio” (p.656) e
per farsi meglio intendere lancerà un appello “perché
ciascuno usi l’intelletto speculativo” (p.742).
Qualcuno dirà: se Il Serraglio è così bello,
perché è stato obliato per tanto tempo?
Io rispondo che il lungo sonno ha avuto termine perché noi, oggi,
siamo i suoi lettori ideali, dopo che dagli illuministi sino ai surrealisti
sono stati forgiati gli strumenti, la cultura, per goderlo appieno.

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